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Francesca da Rimini (Zandonai) - Guida all'ascolto
Fulvio Venturi Posted on 10/07/2014 07:30:08

Buonasera. Mi fa piacere ritrovarci qui dopo un po’ di tempo che non ci riunivamo per una chiacchieratina del mercoledì. L’ultima volta abbiamo parlato di Parisina nelle giornate che precedevano il 150° anniversario dell’opera di Mascagni. Stasera torniamo in pratica sullo stesso tema, ricordiamo un’altra occasione speciale, cioè il centenario della Francesca da Rimini di Zandonai, un’opera che per libretto, al pari di Parisina, ha avuto una tragedia di Gabriele D’Annunzio. Oggi è il 19 febbraio 2014 e proprio oggi si ricorda (per la verità lo ricordiamo solo noi) il centenario di questa bell’opera che fu rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino, appunto il 19 febbraio 1914.
Francesca da Rimini è un’opera veramente piena di fascino per tutta una serie di motivi. Il primo si ritrova nella parola alata, floreale, profumata – direi - di Gabriele D’Annunzio tutti. In secondo luogo nella musica stessa di Zandonai che si sposa perfettamente con il testo dannunziano, creando un connubio perfetto, senza violentare i ritmi musicali del verso del poeta pur creando qualcosa di assolutamente autonomo, originale. Il terzo motivo è quello legato al fascino di questa figura femminile che non solo ha incantato prima Gabriele D’Annunzio e poi Riccardo Zandonai ma ha incantato una lunga serie di artisti e di poeti. Potre iniziare con Dante Alighieri che racconta la storia, potrei dire in tempo reale, perché la morte di Francesca da Rimini e del congnato Paolo “Il Bello” risale al 1285 cioè un paio di decenni prima della scrittura dell’Inferno nel cui canto V si racconta quindi quasi un fatto di cronaca
Dopo Dante Alighieri tanti altri poeti, non solo italiani, si sono occupati di questa storia; mi viene subito in mente ad esempio Silvio Pellico con l’omonima tragedia; mi vengono in mente numerosi pittori che hanno ritratto sia la figura di Francesca che quella di Paolo, la Corte dei da Polenta, la corte di Rimini; insomma una serie di bei quadri dal Rinascimento fino ai pre raffaelliti. Infine, Zandonai non è stato l’unico a mettere in musica la storia di Francesca da Rimini; mi viene in mente Cajkovskij , oppure Sergej Rachmaninov ma anche musicisti italiani, quali Saverio Mercadante , ed altri ancora che hanno avvertito la necessità di mettere in musica la vicenda contorta e appassionata di questa donna sventurata, ad esempio Antonio Cagnoni
L’iter di quest’opera inizia nel 1903 quando Gabriele D’Annunzio porta sulle scene la sua tragedia composta l’anno precedente nell’interpretazionedi Eleonora Duse per quello che rimane forse il suo più grande successo teatrale.
Eleonora Duse in Francesca da Rimini
Francesca da Rimini è una tragedia in cinque atti. Nel 1902 D’Annunzio parte da una base classicissima, non può infatti ignorare l’episodio di Dante, ma raccoglie anche tante leggende, tanti “si dice” provenienti dalle terre dell’Emilia Romagna. Crea uno di quei grandi affreschi rinascimentali che solo a lui riescono o, meglio, che a lui riescono particolarmente bene perché descrive due punti nella Francesca; prima descrive la corte dei Polentani a Ravenna, dove Francesca è cresciuta e poi, a partire dal secondo atto, descrive la corte di Rimini dove Francesca vive; la descrive con una grande battaglia che si combatte fra guelfi e ghibellini nel secondo atto, i signori di Rimini sono guelfi bianchi; nel terzo atto si vede invece uno spaccato intimo della corte dei signori di Rimini e il tutto si svolge nella camera di Francesca come la seconda parte del quarto atto. Ma il vero sfondo della Francesca da Rimini è il mare, D’Annunzio riesce a creare un’atmosfera veramente magica, incantata dove si muovono i personaggi. Nel primo atto conosciamo le sorelle e i due fratelli di Francesca; nel secondo atto di combattono le due fazioni dei guelfi e dei ghibellini e Francesca appare al centro della scena, quasi a guidare le truppe del marito in una scena dinamica e meravigliosa; nel terzo atto tornano le donne di Francesca in una descrizione della vita di corte come poteva essere una corte medievale, quindi qualcosa già di aulico ma che è ancora abbastanza vicino a quello che accadeva nella vita di tutti i giorni, queste donne filano, parlano, cantano di amori e poi si sviluppa la tragedia vera e propria con l’amore fra Francesca e Paolo, la gelosia di Malatestino, fratello minore di Giovanni lo Sciancato, che svela l’inghippo al fratello maggiore.
Vi dicevo del grande successo che ottenne la Francesca da Rimini nella versione dannunziana che fu tradotta immediatamente in diverse lingue e fu rappresentata in Francia, in America e persino in Russia.
Chi guidò l’operazione fra D’Annunzio e Zandonai fu Tito Ricordi, titolare di Casa Ricordi, dannunziano molto fervente ma non sarebbe accaduto nulla di particolare se verso il 1909 D’Annunzio non si fosse trovato in enormi difficoltà economiche; solo per necessità si trovò a consentire che le proprie tragedie diventassero dei libretti d’opera; D’Annunzio era molto geloso di quello che scriveva, dei propri versi e difficilmente si sarebbe piegato a vedere la sua prosa usata per scopi diversi se non si fosse trovato in grave difficoltà sommerso dagli enormi debiti che aveva accumulato e che lo condussero persino in carcere. Non sarà infatti lui a rimettere le mani nel testo originario della Francesca da Rimini, ma sarà lo stesso Tito Ricordi ad adattare la tragedia alle funzioni della musica. La stessa diatriba nacque anche per Parisina musicata da Mascagni. Lui non accetterà mai di rimaneggiare un proprio scritto per dei sensi che secondo lui non avevano una vera logica. Sarà quindi Ricordi a mettere le mani sul testo originale dal quale spariranno molti dei personaggi descritti da D’Annunzio e questo fu uno dei tanti aspetti che al poeta non andarono giù. L’operazione fu comunque combinata e Tito Ricordi volle che questa cosa fosse affidata ad uno dei musicisti più giovani e più promettenti. C’erano stati molti altri contatti fra D’Annunzio o suoi rappresentanti ed altri musicisti perché si potesse ricavare un libretto d’opera da uno dei suoi scritti; uno di questo musicisti che furono a lungo in trattativa con D’Annunzio fu Giacomo Puccini al quale non venne però mai prospettata la possibilità di musicare la Francesca da Rimini; D’Annunzio lavorò alla realizzazione di un libretto d’opera (La crociata degli innocenti) che non porterà a termine e che verrà utilizzato per la sceneggiatura di un film.
Riccardo Zandonai era un giovane musicista, nato nel 1883 a Rovereto; all’epoca fu quindi cittadino austriaco. Di famiglia poverissima, riuscì a compiere gli studi grazie al mecenatismo di una coppia di coniugi, vicini di casa, che non aveva figli e che sostenne il ragazzo nei suoi studi, prima di formazione scolastica di base e poi gli consentì di frequentare il Conservatorio a Trento, facendolo successivamente iscrivere al Liceo Musicale Rossini di Pesaro, sotto la guida e l’insegnamento di Pietro Mascagni per il completamento degli studi musicali. Pietro Mascagni non si farà mai vanto di averlo avuto come allievo anzi negli anni trenta si oppose tenacemente all’entrata di Zandonai nell’Accademia d’Italia insieme a Ildebrando Pizzetti e ad Ottorino Respighi. I tre riuscirono comunque ad entrare nell’Accademia nonostante Mascagni, che ne era vicepresidente, li osteggiasse apertamente.
Zandonai fu un buon compositore di musica da camera ottenendo con essa una certa notorietà; aveva lavorato su testi di Giovanni Pascoli (L’assiolo) di Ada Negri e di altri; esordì come compositore d’opera nel 1907, al Teatro Regio di Torino, con “Il grillo del focolare”, un’opera dalla matrice letteraria molto marcata essendo tratta da uno dei “Racconti di Natale” di Dickens, ottenendo un moderato successo.
Di maggior successo fu la successiva prova teatrale “Conchita” (Milano, 1911), lavoro dalla matrice letteraria molto forte ed è tratto da “Le femme et le pantin” di Pierre Louys, scrittore decadente francese contemporaneo di Zandonai. Conchita ebbe un notevole successo e rivelò Zandonai all’attenzione internazionale e indusse Tito Ricordi ad ordire un’operazione in grandissimo stile su questo musicista, operazione che verrà appunto compiuta con Francesca da Rimini.
Prima però Zandonai si dedicherà a “Melenis” (Milano, 1912) un lavoro che guarda alla tragicità e che ha in pratica la stessa trama che poi diventerà quella del “Nerone” di Mascagni. Come è noto, il “Nerone” di Mascagni non nasce con questo titolo, ma come “Vistilia”, un testo di Giovanni Targioni Tozzetti , al quale Mascagni lavora dal 1892 al 1900; il testo di “Vistilia” fu pubblicato nel 1900 da Belforte; il libretto è tratto da “Scene romane” di Rocco de Zerbi. “Melenis” è un’opera che canta la romanità ma è anche un’opera dallo spiccato intimismo, purtroppo il lavoro non ottiene alcun successo teatrale.
Se Parisina nasce da un connubio pressoché perfetto fra D’Annunzio che l’aveva già scritta e che comunque sta vicino a Pietro Mascagni mentre la compone, Francesca da Rimini ha tutto un altro iter. D’Annunzio non conosce Zandonai che è un autore molto meno conosciuto rispetto a Mascagni e non vorrà mai conoscerlo; il testo viene infatti rivisto non da D’Annunzio ma da Tito Ricordi.
Le cose strane sono invece i tempi di composizione che sono perfettamente paralleli a quelli di Parisina. Zandonai mette mano a Francesca sulla finire del 1911, Mascagni aveva messo mano a Parisina nel mese di aprile dello stesso anno e vi lavorerà per tutto il 1912 e il 1913. Le due composizioni vanno avanti quindi in modo parallelo tanto che Parisina viene rappresentata alla Scala il 15 dicembre 1913 e Francesca da Rimini due mesi dopo, il 19 febbraio 1914 al Teatro Regio di Torino, con un dispiegamento di forze, se pur non paragonabile, molto vicino a quello della Scala, assicurando alla prima dell’opera un impianto scenico veramente splendido. Il successo dell’opera di Zandonai fu molto più marcato rispetto a quello ottenuto dalla Parisina, lavoro per altro molto bello. Francesca da Rimini diventa un’opera di repertorio nel giro di pochissimo tempo; le sue rappresentazioni si susseguono non solo in Italia ma anche all’estero; l’opera ha un successo strepitoso in Sud America, a Buenos Aires in particolare, al Metropolitan di New York dove rimane in repertorio per lunghissimo tempo e dove se ne ricorderanno anche in epoca recente; al Metropolitan non sono soliti dimenticare la propria storia e difatti negli anni ’80 la metteranno in scena in una pregevole edizione diretta da James Levine, con Renata Scotto, Placido Domingo e Cornell MacNeil nei ruoli principali.
È un’opera che nei primi 30-40 anni di vita ha avuto una serie di rappresentazioni strepitose e che non è uscita completamente dal repertorio neanche quando tutta la temperie critica si è fatta contraria alle operazioni musicali per lo meno italiane che sono nate tra il 1900 e il 1920. È un’opera che, sia attraverso l’interpretazione di alcuni qualificatissimi direttori d’orchestra e molte prime donne, ha continuato a calcare la scena e a vivere sotto le luci del palcoscenico con una certa frequenza fino ai nostri giorni.
Francesca da Rimini è un’opera che continua ad andare incontro a belle edizioni, anche se non frequentemente; fino a pochi anni fa è stata Daniela Dessì che l’ha portata in giro con risultati eccelsi. Due anni fa c’è stata una bellissima edizione a Montecarlo ed è tornata addirittura sul palcoscenico dell’Opéra di Parigi con Svetla Vassileva, Roberto Alagna diretti da Daniel Oren. Possiamo quindi dir che a tutt’oggi Francesca da Rimini è un’opera ai margini del grande repertorio, se non proprio di grande repertorio. Quando si parla di un’opera di Mascagni che non sia Cavalleria rusticana siamo lontani dal grande repertorio ma, ad esempio, Iris la si può considerare ai suoi margini, magari un po’ lontani. Francesca da Rimini ha invece tutti i titoli per essere considerata prossima al grande repertorio perché, come vi dicevo, non è mai uscita del tutto dal novero di titoli rappresentati.
È un lavoro di dimensioni mastodontiche. La direzione orchestrale è pressoché straussiana ; Zandonai arriva pochi anni dopo Salome, Elektra, Der Rosenkavalier e i Poemi Sinfonici di Richard Strauss; recepisce quindi profondamente la tradizione straussiana della grande orchestra (e dello stesso Debussy); per qualche verso Riccardo Zandonai è sì figlio di Pietro Mascagni, ma anche di Richard Wagner. È decisamente un compositore post-wagneriano, in esso si avverte l’uso del leitmotiv in modo marcato, la costruzione della scena è una costruzione che quando si spoglia di certe retoriche (questa è la parte più mascagnana di Zandonai: la passione per la sonorità turgida, per l’episodio non proprio essenziale ma comunque descritto in modo analitico), quando la storia arriva al conquibus, quando la trama diventa pregnante, quando la tragedia va veramente verso il culmine drammatico, si trova una grande essenzialità, una compiutezza della scena veramente invidiabile che, per qualche verso, nel repertorio italiano troviamo solo in Giacomo Puccini.
Dopo Francesca da Rimini, Zandonai non incontrerà più lo stesso successo. Darà vita ad altre opere tra le quali una veramente molto bella I cavalieri di Ekebù (1925); 8 anni dopo Francesca era invece tornato ad operare su un soggetto amatissimo dai letterati Giulietta e Romeo (1922) creando un’altra bell’opera che, probabilmente, se non ci fosse stata Francesca da Rimini sarebbe oggi ricordata molto di più, anche se in essa la linea retorica di cui prima dicevo tende a prevalere.
Molto bella è invece I cavalieri di Ekebù nata sulla base di una vicenda letteraria che noi conosciamo meno ma che per la letteratura nordica è molto importante. Si tratta del romanzo La saga di Gosta Berling di Selma Lagerlof in cui si descrive una strana società operaia, quasi ideale; una storia che porta alla redenzione dell’uomo attraverso l’amore e attraverso il lavoro, in una concezione profondamente cristiana che ben si addiceva a Zandonai che fu un cattolico osservante e fervente.
La parabola finale di Riccardo Zandonai invece non è così brillante. Continua con la rivisitazione dei grandi repertori letterari e presenta nel 1933 La farsa amorosa che altri non è che l’adattamento de El sombrero de tres picos di Pedro de Alarcòn.
Chiude poi con un’altra opera di ambientazione spagnola, Una partita; lavoro in un atto che viene dato alla Scala sempre nel 1933 ma che non ottiene alcun successo.
Sempre a proposito dei difficili rapporti fra Zandonai e D’annunzio voglio ricordare il momento in qui Zandonai ebbe bisogno di versi nuovi per completare il duetto tra Paolo e Francesca del terzo atto, la scena del bacio. Nel mezzo di questa scena D’annunzio aveva piazzato una descrizione di Firenze di stampo del tutto dantesco e questo perché Paolo Malatesta viene inviato dal fratello Giovanni lo Sciancato come capitano del popolo a Firenze e, quando torna a corte, descrive la vita fiorentina alla cognata Francesca.
Zandonai trovò questi versi poco musicali; armatosi di coraggio e scrisse lui direttamente a D’Annunzio per averne degli altri. Gabriele D’Annunzio non risponde personalmente ma tramite il segretario che convocò Zandonai per la consegna dei versi. Zandonai si recò alla Capponcina, la villa di D’Annunzio presso Firenze; non venne ricevuto dal poeta che anzi lo costrinse a fare anticamera per l’intera giornata; verso sera, senza farsi vedere personalmente, i versi richiesti furono finalmente consegnati al musicista; se sotto un profilo umano D’annunzio si comportò in modo inspiegabile e riprovevole non si può dire altrettanto sotto il profilo artistico perché consegnò a Riccardo Zandonai quelli che sono i versi più belli dell’intera opera, composti appositamente sul momento .
D’Annunzio non solo non presenziò alla prima rappresentazione, ma questo sarebbe stato male di poco perché non presenziò neppure alla prima de “Le martyre de Saint Sébastien” di Debussy, disdegnando sempre gli eventi con la sola eccezione di Parisina di Mascagni, ma non volle mai assistere ad alcuna esecuzione successiva dell’opera probabilmente colpito da gelosia perché la sua Francesca da Rimini , senza l’interpretazione di Eleonora Duse, uscì ben presto di repertorio lasciando il passo alla bell’opera di Riccardo Zandonai.
Parliamo ora della trama. Francesca da Rimini è in realtà Francesca da Polenta, essendo figlia di Guido Minore da Polenta, un ricco signore che viene dalla zona rurale di Polenta e che, fatti i soldi, si trasferisce a Ravenna. Guido cresce le numerose figlie fra le quali la primogenita Francesca riempie le terre con la nomea di essere una donna bellissima. Il signore di Rimini, Giovanni, che era vedovo e che era sciancato, noto per il suo carattere terribile, una persona pessima , un rude guerriero, spietato e crudele, decide di convolare a seconde nozze, comperando praticamente la bella Francesca. La donna è però anche nota per il carattere forte e i da Polenta sanno che molto probabilmente avrebbe rifiutate le nozze se avesse avuto la possibilità di incontrarsi prima con Giovanni. Seguendo i consigli di un notaio, Giovanni sposa per procura e manda a Ravenna il fratello Paolo che è sposato, ma ciò nulla osta alle nozze per procura, ma che è anche un signore bellissimo, raffinato, che ama la poesia, un autentico signore medioevale, profondamente diverso dal fratello maggiore. Paolo “Il bello” va a Ravenna, Francesca lo vede, si inganna e accetta il matrimonio. Nella scena, Francesca lo vede, gli va incontro, gli porge una rosa che lui, preso dall’emozione, lascia cadere; il tutto in un momento di poesia veramente altissima. Quando lei arriva a Rimini scopre la verità: non è Paolo il marito ma Giovanni. Lì per lì nulla succede anche se il precedente incontro ha sviluppato fra i due una reciproca attrazione fatale.
Francesca è preoccupata profondamente perché fra i comuni romagnoli si sviluppano lotte fratricide condotte spesso in prima persona dal cognato. Nel secondo atto assistiamo appunto ad una battaglia. La rocca di Rimini è assediata dai nemici ghibellini, i da Polenta che sono guelfi contrattaccano e vincono. Lei, Francesca, è sugli spalti; vorrebbe un elmetto per seguire direttamente la battaglia, nessuno glielo vuol dare perché, essendo una donna, il suo posto non è quello, allora è Paolo che si toglie l’elmetto e glielo porge, decidendo eroicamente di esporsi al pericolo combattendo senza protezione. In realtà lui vorrebbe morire perché si sente legato a lei da un amore impossibile. Nel secondo atto incontriamo Giovanni lo Sciancato, Gianciotto, che ha una sortita delle sue, una sortita a “piena gargana”, come diremmo in Toscana, una sortita a piena voce, maledice i nemici, vuole che venga manganata, preparata sul mangano una botte grande piena di fuoco greco perché vengano tutti bruciati e sconfitti. Ma, soprattutto, arriva un quarto personaggio, che sarà fondamentale nella tragedia: Malatestino, il terzo fratello, poco più che adolescente, anche lui segretamente innamorato della bellissima Francesca. Malatestino nel corso della battaglia viene ferito gravemente ad un occhio, che perderà meritando il soprannome di “Malatestino dell’Occhio”. Francesca soccorre il ferito e il gesto fa sì che l’infatuazione del giovane per la donna aumenti a dismisura. Il tutto avviene alla spalle di Giovanni, che non è uno sciocco disattento, ma queste cose non le sa, si fida dei fratelli con i quali ha un legame familiare molto forte e non si rende conto dei loro sentimenti, non immagina mai che fra i suoi fratelli e la moglie possa scatenarsi un rapporto di questo tipo.
Nel terzo atto c’è ‘incontro segreto fra Paolo e Francesca. Paolo ancora una volta per fuggire all’amore di lei si fa mandare a lontano, a Firenze; quando torna siamo nella primavera di un anno intorno al 1280 o poco più, succede quello che non dovrebbe succedere: Paolo si ferma nella stanza di Francesca. È qui che leggono insieme il famoso libro di Galeotto che narra l’innamoramento tra la Regina Ginevra e il cavaliere Lancillotto, così come anche descrive Dante Alighieri. A onore del vero, D’Annunzio descrive una scena piena di pathos, di attrazione, di sensualità; per essere due personaggi dannunziani i protagonisti dicono molto poco ma la tensione erotica si palpa, si tocca veramente con le mani. Lui la incalza lentamente ma inesorabilmente, lei tenta disperatamente di sottrarsi, di dissuaderlo, di distrarne l’attenzione (“Guardate il mare come si fa bianco”), in una successione di quadri bellissimi. Quando succede quello che deve succedere, quando cioè, facendo finta di leggere, pronuncia i famosi versi "E la reina vede il cavaliere / Che non ardisce di fare di più. / Lo serra tra le braccia e lungamente / lo bacia in bocca…”, lei si arrende e bacia il cognato.
Nel quarto atto la donna è dilaniata dalla colpa; sa di non poter reggere alla situazione, ma c’è una complicanza: Malatestino si è accorto della tresca fra Paolo e Francesca e minaccia la cognata di raccontare tutto a Giovanni se ella non le darà tutto ciò che lui vuole. Lei lo scaccia in malo modo. È una scena crudele perché questo scontro fra Malatestino e Francesca avviene con a sfondo le urla di uno dei prigionieri, il capo dei combattenti ghibellini, che è stato imprigionato dai Malatesta e che viene ferocemente torturato; una scena veramente sinistra che viene risolta quando Malatestino, in un empito terribile di crudeltà, ma anche di espressionismo teatrale, quasi a voler dimostrare la propria crudeltà, va a decapitare il prigioniero. Lei scappa; Malatestino è deluso. Arriva Giovanni lo Sciancato, che ha sentito le grida, e vuol sapere dal fratello che cosa è successo. Malatestino cerca di nascondere alcuni aspetti della vicenda non potendo confessare il proprio interesse per la moglie del fratello ma, nel mentire, dice delle parole di troppo su Francesca e su Paolo. Gianciotto capisce e lo spreme; nel corso di una scena violentissima, truculenta, costringe Malatestino a confessare che Paolo e Francesca approfittano delle sue assenze per incontrarsi segretamente.
L’epilogo dell’opera avviene nella seconda scena del quarto atto che nella realtà si svolse non a Rimini ma nella Rocca di Gradara. I due amanti, completamente ignari, si incontrano ritenendo che Giovanni sia partito per Pesaro. In realtà Giovanni finge la partenza, torna indietro e, entrando in camera di lei all’improvviso, li sorprende proprio mentre si stanno baciando e li uccide entrambi a colpi di stocco.

Vi dicevo dei grandi interpreti che si sono legati a quest’opera; ne citerò alcuni ricordando, fra gli interpreti antecedenti la Seconda Guerra Mondiale, il solo Galliano Masini che l’ha cantata tante volte fra il 1928 e il 1937 anche con prime donne importanti (Carmen Melis, Gilda Dalla Rizza); l’ha fatta a Roma, Buenos Aires, Parma, Pisa, Lecce, spesso sotto la stessa direzione di Zandonai. Dopo la guerra, fra le interpreti non comuni nel ruolo di Francesca è da ricordare Magda Olivero al fianco della quale si sono alternati diversi Paolo quali Giacinto Prandelli; è da ricordare l’edizione della Scala del 1959, diretta da Gianandrea Gavazzeni, con la stessa Olivero, Mario Del Monaco e Giangiacomo Guelfi. Negli anni ’70 molti di voi l’avranno vista con Raina Kabaivanska affiancata da diversi Paolo (ad esempio Franco Tagliavini); nel 1983 al Metropolitan di New York l’opera venne rappresentata in una edizione che ha fatto storia con Renata Scotto, Placido Domingo, Cornell MacNeil, diretti da James Levine; in tempi più recenti il personaggio è stato portato sulle scene da Daniela Dessì con grande proprietà e grande classe. A Livorno l’opera venne eseguita nel 1949 in una edizione modesta, diretta da Mario Parenti con Livia Pery, Giacinto Prandelli e Giovanni Inghilleri.


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